Potenziamento cognitivo contro la demenza

Il potenziamento cognitivo: un’arma contro la demenza

Come già espresso in questa serie di approfondimenti sull’età avanzata, sfortunatamente non esistono ancora terapie validate che possano ripristinare il funzionamento cognitivo perduto con l’esordio demenziale. Tuttavia se ne può rallentare il decorso ed è possibile non far precipitare clamorosamente la qualità della vita del malato e di chi gli sta attorno operando degli interventi su più canali.

Il potenziamento cognitivo contro la demenza: agire sull’ambiente

Da un lato, ad esempio, si può intervenire sull’ambiente della persona, rendendolo facilmente riconoscibile per l’anziano, il quale non è più in grado di prestare attenzione ai dettagli come in precedenza e potrebbe in particolare sentirsi in difficoltà se le caratteristiche del contesto si presentassero come mutevoli e nuove rispetto alle consuete già ben assimilate. Sempre operando sull’ambiente, lo si può rendere meno ostico con percorsi segnalati da indicazioni e simboli di immediata comprensione.

Un altro intervento prevede l’attivazione di servizi psicosociali orientati sulla famiglia incoraggiandola alla partecipazione a gruppi di auto-aiuto e offrendo la disponibilità di sportelli informativi, in modo da ridurre lo stress di coloro che si occupano del malato, trovando e scambiandosi informazioni e sostegno, oltre al potere così ritardare il momento dell’istituzionalizzazione, ovvero del ricovero prolungato o definitivo in istituto, per il malato.

Gli interventi sulla persona colpita

In ogni caso, gli interventi più auspicabili sono quelli che coinvolgono direttamente la persona colpita da demenza e mirano ad allenare per mantenere il più a lungo possibile in funzione le competenze residue cognitive (facendo leva sulla memoria dichiarativa e procedurale), le capacità emotive (recuperando esperienze emotivamente piacevoli) e le abilità comportamentali (rinforzando positivamente i comportamenti positivi e inibendo quelli controproducenti).

Tutte queste strategie fanno riferimento al potenziamento cognitivo come arma contro la demenza o, più in generale, sono tecniche utilissime già da prima al fine di prevenire il decadimento e andare incontro positivamente a una buona senescenza.

Il cervello umano, infatti, contrariamente a quanto si credeva un tempo, conserva anche in età avanzata una certa flessibilità e capacità di rigenerarsi su cui è possibile intervenire e ottenere un buon rafforzamento delle competenze intellettive.

Questo è il concetto di plasticità cerebrale che sta, sempre più nel tempo, evidenziando quanto il cervello non sia un organo statico fornito alla nascita di determinate abilità, destinato via via a irrigidirsi e a deteriorarsi inesorabilmente in seguito a danni e invecchiamento, ma esso possiede anche in età avanzata una certa malleabilità che può essere allenata per non perdere o ripristinare alcune facoltà.

Infatti, è sempre possibile apprendere competenze nuove, ad ogni età e, fortunatamente, gli esempi di anziani che si cimentano in nuovi percorsi di studi, sport o sfide da record sono sempre più diffusi e sono la felice testimonianza di quanto un cattivo invecchiamento possa essere spesso semplicemente imputato alla nostra pigrizia e trascuratezza.

Training e potenziamento cognitivo

C’è anche un altro interessante dato da evidenziare: anche senza esserne pienamente consapevole, spesso l’anziano riesce a sopperire al decadimento di alcune abilità affidandosi maggiormente e quindi incrementando capacità già possedute.

Entrando nel dettaglio, gli esercizi di training cognitivo sono studiati per poter essere poi reinvestiti nella vita quotidiana: essi dunque si configurano come esercizi pratici che non solo si ispirano ai compiti usuali e quotidiani dell’anziano, ma vanno oltre, aggiungendo sempre un piccolo aspetto innovativo, che stimoli lo sviluppo di nuove connessioni neuronali.

Il potenziamento cognitivo, se svolto costantemente e con impegno, può andare a modificare anche nell’anziano i recettori biochimici che influenzano il funzionamento di varie tipologia di memoria, aumentando addirittura il numero di alcuni neurotrasmettiori, come ad esempio la dopamina, utile per la memoria di lavoro e per le capacità di ragionamento e di problem solving.

La chiave è il buonumore

È indispensabile, in ogni caso, per favorire il cosiddetto invecchiamento attivo, mantenere sempre efficiente un’altra componente sottovalutata ma trasversale e indispensabile come arma contro ogni patologia: conservare il buonumore.

Può sembrare una banalità, ma è ormai ampiamente dimostrato quanto mantenere un buon tono di umore (quindi continuando a praticare le attività e frequentare persone che donino serenità e gioia) sia un potente fattore protettivo contro numerose affezioni e in ogni caso agevoli il processo di guarigione o almeno di accettazione delle situazioni ostili.

A cura di Anna Galtarossa

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