Il trasferimento in casa di riposo

Il trasferimento in casa di riposo: un momento delicato della vita dell’anziano

Quando si diventa anziani risulta difficile adattarsi ai cambiamenti, se essi poi sono di natura coatta, sia perché imposti dai familiari, sia perché frutto di scelta personale una volta riscontrata la necessità di essere assistiti fisicamente, dovendo sovvertire in modo radicale abitudini, contesti, ritmi, emerge quanto il passaggio dal proprio ambiente all’istituto per anziani (da qui il termine “istituzionalizzazione”), ovvero la casa di riposo, sia uno dei momenti più delicati e difficili da accettare nell’intera esistenza.

In aggiunta, entrare in una casa di riposo significa molto frequentemente maturare la consapevolezza di una sistemazione, spesso asettica, nel senso scevra di una sufficiente affettività e coinvolgimento emotivo pur nella collettività che la caratterizza, definitiva, coscienti che potrebbe essere il luogo in cui probabilmente si concluderanno i propri giorni.

Il trasferimento in casa di riposo: una grande fonte di stress

Il trasferimento in casa di riposo, anche se frutto di una scelta maturata consapevolmente e in modo personale dall’anziano, si configura come altamente stressante e presenta alcuni rischi per l’equilibrio psicofisico, probabilmente già compromesso, dell’individuo.

In prima battuta va considerato che quanto più l’ambiente risulta essere deresponsabilizzante, sottraendo all’anziano l’autonomia nel compiere alcuni gesti che sarebbe in condizione di svolgere da solo, tanto più egli introietterà un senso di inadeguatezza e assumerà un ruolo passivo, perdendo alcune competenze o esternando talvolta tale frustrazione in modo disturbante o addirittura aggressivo.

Tuttavia è necessario sottolineare come, in presenza di condizioni favorevoli, la buona organizzazione e l’elevata qualità dei servizi offerti dall’istituto siano indispensabili per ottenere un miglioramento nell’anziano e il riconoscimento del ricovero come esperienza positiva soprattutto nel medio-lungo periodo.

Un’esperienza dai risvolti positivi

Dunque è bene non farsi a priori ingannare dal pregiudizio che vuole l’equivalenza tra trasferimento in casa di riposo ed esperienza negativa.

In molti casi, già passare dal vivere da soli, non autonomi, in condizione di forte disagio, all’arrivare in un contesto organizzato e con personale preparato che si possa occupare di ogni necessità conferisce all’anziano un senso di sicurezza che non avvertiva da tempo.

Se, in aggiunta, l’èquipe dell’istituto riesce a lavorare in sinergia mirando a non alimentare l’etichetta del malato non autosufficiente, ma, al contrario, operando sull’anziano la valorizzazione e il potenziamento delle risorse che ancora possiede, e, più in generale, delle varie competenze cognitive, promuovendo lo sviluppo di un’autopercezione di individuo attivo e utile all’equilibrio comunitario dell’istituto stesso, l’anziano potrà finalmente sperimentare un rinnovato benessere psicofisico e relazionale.

Una struttura di qualità è una struttura che offre percorsi ben strutturati all’utente, che deve essere però visto come persona nella sua globalità e, proprio in virtù di questo, i progetti psicoeducativi e riabilitativi devono essere anche flessibili e personalizzati sul singolo individuo.

Centrale dunque che l’istituto venga sempre più vissuto come una “casa” e che gli ospiti o pazienti in realtà diventino e si percepiscano “abitanti” attivi di quel luogo.

A cura di Adriano Legacci e Anna Galtarossa

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